Tutte le verità sull’auto svezzamento

Quando si parla di bambini bisogna sempre fare molta attenzione.

I bimbi, infatti, sono esseri viventi molto vulnerabili e che dipendono, almeno per i primi mesi di vita, totalmente dalla madre.

Sono davvero milioni i libri, articoli e video in cui si parla di diversi argomenti inerenti la cura, la crescita e lo sviluppo dei bambini.

Di certo, bisogna anche ammettere che, per ogni argomentazione, esistono diversi modi di vedere e diverse teorie.

Prendiamo per esempio l’argomento svezzamento.

Lo svezzamento è davvero un molto importante nella vita di un bambino, ed anche nella vita di un genitore che deve fare delle scelte a riguardo.

Il neonato si trova, da un giorno all’altro, a dover mangiare del cibo che, non è più soltanto liquido, ma che ha consistenze e gusti molto diversi rispetto al classico latte.

Si è studiato a lungo questa parte dello sviluppo del bambino, ed a dire il vero si sta studiando tuttora.

Il mondo dello svezzamento, lo potremo dividere in due grandi gruppi:

  • svezzamento classico
  • auto svezzamento

Potremo anche aggiungere un terzo gruppo che si trova tra le due diverse correnti, lo svezzamento misto che mescola un po’ le idee di tutte e due le diverse tipologie.

Sull’auto svezzamento, però, si fa una grande confusione negli ultimi anni.

Quindi, è arrivato il momento di scoprire davvero tutto su questa tipologia di approccio.

Auto svezzamento: tutto quello che c’è da sapere

Cominciamo con il dirti che, l’auto svezzamento, è una teoria sull’approccio all’alimentazione dei neonati nata in Gran Bretagna e che si è diffusa a macchia d’olio in breve tempo.

È una forma di svezzamento che affianca quella classica conosciuta da tutti e che è da sempre stata praticata sul suolo italiano, e non solo.

Come potrai intuire dal suo nome, l’auto svezzamento, si basa sulla capacità del bambino di auto regolarsi e della sua capacità nel comprendere che l’alimentazione deve essere vissuta come una gioia al 100%.

Una teoria che un po’ si scontra con lo svezzamento classico, dove si inizia al quarto mese compiuto con una rigida scaletta da seguire ed una successione ben precisa dell’inserimento dei diversi alimenti.

Auto svezzamento: quando si inizia e come

L’auto svezzamento non ha un preciso momento di inizio.

Diciamo che, a grandi linee, si fissa come data il quindi-sesto mese compiuto.

La cosa da osservare è l’interesse e l’approccio che ogni bimbo ha con il cibo.

C’è quindi una grande osservazione da parte del genitore del neonato.

Quando si nota che il piccolo ha un grande interesse per il cibo degli adulti, che vuole provare ad assaggiarlo e soprattutto riesce a stare seduto da solo, ecco che si può iniziare.

Perché è importante che resti seduto da solo?

Perché questa capacità segna anche il momento in cui l’apparato digerente del bimbo è pronto per ingerire cibi solidi, e soprattutto il piccolo è in grado di restare seduto composto ed in posizione eretta evitando così eventuali incidenti spiacevoli con il cibo.

Importante in tutto questo, anche il creare il posto a tavola per il piccolo.

Mangiare tutti insieme allo stesso orario porta ad una grande unità famigliare.

Certo, le prime volte forse saranno un po’ un caos ma il bimbo sarà ben felice di potersi sedere a tavola con i propri genitori e fingere di essere grande.

Auto svezzamento: quali alimenti dare

Ecco un altro punto importante: gli alimenti.

Se nello svezzamento classico c’è una scaletta precisa da seguire, ovvero:

  • prima solo brodo vegetale con farine specifiche per neonati
  • poi una verdura alla volta può essere aggiunta al composto
  • alcuni alimenti, come l’uovo, le fragole, i gamberi, ecc. possono essere inseriti nella dieta del bimbo solo dopo il compimento di un’età specifica

Nel’auto svezzamento queste regole non esistono.

Il bimbo può tranquillamente mangiare ed assaggiare tutto quello che mangiano anche i genitori.

Ovvio che, l’alimentazione deve essere sana ed equilibrata il più possibile.

Auto svezzamento: perché è nato

Questa tipologia di approccio alimentare è nata principalmente per il fatto che, negli ultimi decenni, si è notato un grande aumento di allergie alimentari da parte di molti bambini.

Ecco quindi che, secondo alcuni studi, il portare troppo avanti l’inserimento di alcuni alimenti porterebbe proprio alla formazione di una intolleranza da parte del corpo del piccolo.

Abituare il bambino a mangiare tutto fin da subito innescherebbe dei meccanismi interni che portano ad una migliore tolleranza alimentare.

Auto svezzamento: quali accortezze bisogna avere

Tutto questo è molto bello e chiaro, ma è importante avere anche le idee chiare per quanto riguarda le modalità con cui gestire questo tipo di svezzamento,

Infatti, i bambini sotto l’anno d’età, ma a dire il vero anche dopo l’anno d’età, non hanno una completa consapevolezza di cosa significa masticare bene ed inghiottire.

Ecco quindi che, sta al genitore insegnare tutto questo.

L’istinto è sicuramente forte in ogni essere vivente ma è importante anche evitare incidenti e pericoli.

Ci sono alcune regole fondamentali da rispettare per far si che i pezzi di cibo siano tagliati nel modo giusto.

Il pericolo di soffocamento, infatti, è stato oggetto delle più grandi polemiche per quanto riguarda questo tipo di pensiero.

Questo non significa che il piccolo rischia di soffocarsi ogni volta che mangia, ma è bene fare attenzione.

Tornando al discorso già fatto in precedenza, ovvero aspettare che il bimbo sia autonomo nel rimanere seduti, è importante dire che, proprio questa abilità, dimostra che il neonato ha ormai appreso il riflesso faringeo.

Cos’è questo riflesso faringeo?

È uno stimolo spontaneo che hanno i piccoli che porta, la parte bassa della lingua, a creare uno stimolo di cognito in caso di corpo estraneo non idoneo ad entrare nella faringe.

Questo riflesso si perde poi con l’avanzare dei mesi.

Insomma, la questione svezzamento classico ed auto svezzamento è sicuramente molto ampia e difficilmente si arriverà ad un accordo tra le due parti.

Bisogna dire però che, i dati statistici, parlano molto a favore dell’auto svezzamento.

Minori casi di intolleranze alimentari ed allergie, minori casi di rifiuto del cibo e genitori forse anche più soddisfatti del rapporto che il piccolo instaura con il cibo.

I bambini nascono indifesi, è vero, ma anche con un grande istinto ed una grande capacità di apprendimento che noi adulti nemmeno possiamo immaginare.

Protesi ginocchio e anca mini invasiva: le virtù del titanio

Ogni anno, la protesi ginocchio mini invasiva consente a 80 mila persone in Italia di tornare a camminare normalmente, mentre la protesi anca fa recuperare una buona qualità della vita a 100 mila soggetti. Sembra di rivivere in tempi moderni il miracolo che permise a Lazzaro di recuperare gli arti inferiori. E’ tutto merito della tecnica chirurgica mini invasiva? In gran parte sì, ma senza le moderne protesi (più piccole e molto più resistenti di quelle convenzionali) questo tipo di chirurgia non sarebbe possibile.

In sala operatoria, un chirurgo specializzato in mini invasiva non potrebbe incidere meno ed assicurare tutti i vantaggi di questa tecnica avanzata se non esistessero impianti protesici come la protesi ginocchio e anca di ultima generazione” ammette il dottor Michele Massaro ortopedico ginocchio/anca, specialista in Ortopedia e Traumatologia del Gruppo Humanitas di Bergamo.

Protesi ginocchio e anca: il segreto della tecnica racchiuso nei materiali innovativi

Dottor Michele Massaro, cos’hanno di speciale queste protesi?” chiediamo allo specialista ortopedico ginocchio anca.

Attualmente, le protesi ginocchio e anca hanno raggiunto un elevato livello di funzionalità ed eccellenza grazie all’utilizzo di materiali innovativi, ultramoderni, biocompatibili, molto resistenti e durevoli” risponde il dr. Massaro. Si tratta di materiali che devono risultare il più possibile simili agli elementi naturali senza, peraltro, causare crisi di rigetto.

La storia delle protesi è iniziata con l’impiego dell’avorio sostituito, poi, da materiale acrilico fino ad usare oro, bachelite, pyrex, ceramica fine. La ricerca del materiale ideale per ottenere migliori risultati in termini di funzionalità articolare e durabilità ha portato, in seguito, la chirurgia mini invasiva ad utilizzare cromo e cobalto. Oggi, è la volta del titanio, materiale ultramoderno che presenta notevoli virtù: alta resistenza, rigidità, bassa densità, leggerezza, buona resistenza alla corrosione. Non è tossico ed è generalmente biocompatibile con tessuti umani ed ossa.

I materiali impiegati per realizzare protesi anca e ginocchio durano, mediamente, 20-25 anni.

Ovviamente, un chirurgo specialista come il dr. Massaro Michele consiglia ai suoi pazienti il ricorso all’impianto protesico solo dopo aver valutato attentamente l’effettiva necessità dovuta alla gravità dell’artrosi ginocchio (gonartrosi) o anca (coxartrosi) che richiede l’intervento per consentire al paziente di recuperare una buona qualità della vita.

Quando è strettamente necessario ricorrere alla protesi ginocchio e anca

L’intervento per innestare la protesi articolare risulta inevitabile quando la terapia conservativa ed altri trattamenti specifici non funzionano più, quando l’artrosi diventa invalidante. Il danno articolare è irreversibile, il dolore insopportabile e la rigidità compromettono seriamente la mobilità della persona colpita dall’artrosi. La limitazione del movimento articolare è grave al punto tale da non consentire il normale svolgimento delle attività quotidiane rendendo il paziente non autosufficiente” spiega il dottor Massaro.

L’artrosi erode progressivamente la cartilagine dell’osso e la funzionalità articolare viene compromessa provocando una sintomatologia dolorosa che impedisce il movimento.

Se la chirurgia mini invasiva riesce a rispettare il corpo umano risparmiando muscoli, cartilagine e parti ossee (che vengono semplicemente divaricati, non sezionati) è merito sia dell’abile mano di chirurghi esperti come Michele Massaro sia di strumenti protesici che rendono possibile l’applicazione di questa tecnica chirurgica.

La protesi che andrà a sostituire osso e cartilagine danneggiati per ripristinare la funzionalità articolare è più piccola, quindi consente di ridurre l’incisione. Tutto si riduce: tempi d’intervento, di recupero e di riabilitazione (si dimezzano da 2 a 4 settimane), il trauma (dolore e gonfiore), la perdita di sangue durante e dopo l’intervento, i rischi post-operatori (lussazione, infezioni), gli attriti tra gli elementi impiantati.

Protesi ginocchio mini invasiva: come è fatta

Le protesi ginocchio più avanzate, utilizzate negli interventi di chirurgia mini invasiva da impiantare tra tibia e femore sostituendo osso e cartilagine compromessi dall’artrosi, sono composte generalmente da 4 elementi:

  • Una placca ricurva per la parte superiore;
  • Una placca piatta che riveste la parte superiore della tibia;
  • Un elemento interposto tra le due placche, che serve a separarle;
  • Una rotula artificiale.

Le prime due parti (le placche) sono realizzate in titanio oppure in una lega di cobalto/cromo mentre la rotula artificiale è costruita in polietilene.

Esistono diversi modelli di protesi ginocchio e anca: il chirurgo sceglierà quella più adatta al paziente da operare in base a parametri essenziali come età, peso corporeo, sesso, eventuali patologie, allergia ai materiali dell’impianto protesico.

Protesi ginocchio monocompartimentale: cos’è, vantaggi

La chirurgia mini invasiva che il dottor Michele Massaro ha scelto fin dall’inizio della sua attività di ortopedico ginocchio anca consente un’ulteriore chance, a differenza della terapia chirurgica classica: la protesi parziale o monocompartimentale ancora più selettiva. Consiste nel sostituire osso e cartilagine consumati di uno solo dei tre compartimenti che costituiscono il ginocchio (mediale, laterale o femoro-rotuleo) se soltanto uno di questi è danneggiato.

I vantaggi della protesi monocompartimentale aumentano rispetto alla protesi totale mini invasiva:

  • Ulteriore riduzione dell’incisione (8 cm circa);
  • Utilizzo di componenti più piccole;
  • Tempi di intervento e di recupero più rapidi;
  • Minor trauma post-operatorio (dolore, gonfiore);
  • Perdita ematica ridotta sia durante sia dopo l’intervento;
  • Legamento crociato anteriore e posteriore preservati, se sono sani.

Dopo il recupero e la riabilitazione, il movimento articolare del ginocchio risulterà ancora più naturale e fisiologico rispetto alla protesi totale.

Ringraziamo il dottor Massaro Michele ortopedico ginocchio anca per il suo contributo che ha reso possibile la stesura di questo articolo.

Defibrillatore semiautomatico esterno: ecco cos’è

Un defibrillatore semiautomatico esterno è un dispositivo salva-vita il cui compito è quello di identificare le variazioni del ritmo del battito del cuore, in modo tale che in caso di necessità possa erogare una scarica elettrica che va a colpire il muscolo cardiaco. In seguito allo shock elettrico, il battito cardiaco viene azzerato: dopodiché il suo ritmo viene ristabilito. Questo tipo di defibrillatore è un apparecchio intelligente, nel senso che è capace di agire praticamente da solo, quasi in totale autonomia. Tutto quel che bisogna fare è collegare gli elettrodi alla persona su cui il dispositivo deve essere usato: gli elettrocardiogrammi vengono eseguiti dal defibrillatore in modo automatico, così che lo stesso possa capire se il cuore ha bisogno oppure no di uno shock elettrico.

L’intelligenza del defibrillatore semiautomatico esterno sta nella capacità di capire se la persona è vittima o meno di un arresto cardiaco: nel caso in cui il ritmo sia defibrillabile, l’operatore viene avvisato che c’è bisogno di una scarica elettrica per il cuore. Così, chi utilizza il dispositivo deve solo schiacciare il pulsante apposito che eroga la scarica. Per imparare a gestire e a far funzionare questo defibrillatore vengono organizzati dei corsi ad hoc: si tratta dei cosiddetti corsi BLSD, che sono dedicati alla rianimazione cardiopolmonare.

Vale la pena di mettere in evidenza, in ogni caso, che il defibrillatore semiautomatico esterno è molto facile da utilizzare: è proprio per questo motivo che può essere adoperato da personale laico, ovviamente a condizione che sia formato in modo adeguato. Nel dispositivo è presente una guida vocale grazie a cui l’operatore può essere assistituto in tutte le fasi del soccorso. L’apparecchio, inoltre, si predispone all’erogazione della scarica elettrica unicamente nell’eventualità in cui ravvisi un arresto cardiaco nel paziente: insomma, non si corre il rischio che essa venga prodotta quando non ce n’è bisogno. Il paziente, dunque, non può essere defibrillato se non viene riscontrato un arresto cardiaco: nemmeno nel caso in cui il tasto dello shock dovesse essere premuto per errore.

Il DAE – acronimo con cui viene indicato il defibrillatore semiautomatico esterno – può anche fornire al soccorritore delle indicazioni visive, che sono presenti sia sul dispositivo che sugli elettrodi, in modo tale che egli possa essere guidato ancora più facilmente. Un defibrillatore da solo non è sufficiente per riuscire a salvare la vita di chi ha avuto un arresto cardiaco: è necessario, infatti, che lo stesso venga utilizzato nel minor tempo possibile. Le probabilità di sopravvivenza si riducono del 10% per ogni minuto che passa.

Anche questo è il motivo per il quale tutti i luoghi in cui viviamo dovrebbero essere cardio-protetti: sempre più spesso i DAE vengono installati, oltre che nelle scuole e nelle palestre, anche in luoghi pubblici, come centri storici o impianti sportivi. D’altro canto, ognuno di noi dovrebbe seguire un corso ad hoc per imparare a usare un defibrillatore semiautomatico esterno: un impegno di poche ore, che però si potrebbe rivelare indispensabile per salvare una vita in una situazione di emergenza in attesa dell’arrivo di operatori sanitari e soccorritori dotati di strumenti ad hoc.

Corsi BLSD: ecco perché sono sempre più importanti

corsi BLSD stanno diventando sempre più importanti, anche in virtù delle recenti normative che hanno imposto a tutte le associazioni sportive di dotare i propri impianti di defibrillatori per prevenire le morti sul campo dovute ad arresti cardiaci. Vale la pena di imparare a conoscerli più da vicino, partendo dal significato della sigla: BLSD è l’cronimo di Basic Life Support and Defibrillation, espressione che potremmo tradurre come supporto di base alle funzioni vitali e defibrillazione. Si tratta, in pratica, di una tecnica di primo soccorso che si fonda sulla rianimazione cardiaca e polmonare, ma che include anche altre manovre a sostegno delle funzioni vitali.

L’associazione Life Academy che aiuta chi sta cercando un corso BLSD a Udine ci riporta qualche dato significativo a riguardo. Per capire il valore dei corsi BLSD è sufficiente sapere che nel nostro Paese ogni anno sono più di 60mila le persone che sono vittime di arresto cardiaco: più di 160 al giorno. Il problema è che senza un intervento istantaneo le probabilità di sopravvivenza sono molto prossime allo zero. Per questo motivo c’è bisogno delle manovre BLS, che consentono di moltiplicare le possibilità di sopravvivenza. Solo negli ultimi anni si è diffuso il principio secondo il quale la cultura del primo soccorso non deve essere appannaggio esclusivo degli operatori sanitari e dei professionisti del settore, ma deve essere diffusa a tutta la comunità. A volte poche manovre di rianimazione, di semplice attuazione, possono essere sufficienti per evitare la morte di una persona.

Chi prende parte ai corsi BLSD ha l’opportunità di imparare le tecniche di base a supporto delle funzioni vitali e può scoprire in che modo si deve far fronte a una situazione di emergenza in attesa che giungano gli operatori del 118: è importante, in particolare, conoscere e saper usare il DAE, vale a dire il defibrillatore semiautomatico esterno, in modo da garantire un’assistenza adeguata non solo a chi è colpito da un arresto cardiaco o da un arresto respiratorio, ma anche a coloro che subiscono un soffocamento dovuto a un corpo estraneo. I corsi BLSD non includono unicamente la rianimazione polmonare e cardiaca ma comprendono anche le manovre di disostruzione.

Per tutte le attività sportive non agonistiche, il defibrillatore è diventato obbligatorio dal 1° luglio dello scorso anno, sulla base del decreto del 26 giugno del 2017 del Ministero della Salute e del Ministero dello Sport. L’obbligo di dotarsi del Dae riguarda tutte le associazioni e tutte le società sportive dilettantistiche (oltre, ovviamente, a quelle professionistiche) che praticano una disciplina sportiva riconosciuta dal Coni (in tutto sono poco meno di 400 discipline).

Tutti gli impianti sportivi devono essere muniti di un defibrillatore di questo tipo, e in occasione delle competizioni che vedono coinvolte le associazioni è richiesta la presenza di un soggetto adeguatamente formato per l’impiego del dispositivo. Per altro, la legge vincola al ricorso a certificazioni mediche per tutti coloro che svolgono attività sportive amatoriali o non agonistiche, al fine di ridurre l’impatto della cosiddetta morte cardiaca improvvisa: essa è rappresentata da un decesso improvviso dovuto a cause naturali e non anticipato da sintomi premonitori, che interessa una persona la cui salute non fa immaginare un rischio simile.