Protesi ginocchio e anca mini invasiva: le virtù del titanio

Ogni anno, la protesi ginocchio mini invasiva consente a 80 mila persone in Italia di tornare a camminare normalmente, mentre la protesi anca fa recuperare una buona qualità della vita a 100 mila soggetti. Sembra di rivivere in tempi moderni il miracolo che permise a Lazzaro di recuperare gli arti inferiori. E’ tutto merito della tecnica chirurgica mini invasiva? In gran parte sì, ma senza le moderne protesi (più piccole e molto più resistenti di quelle convenzionali) questo tipo di chirurgia non sarebbe possibile.

In sala operatoria, un chirurgo specializzato in mini invasiva non potrebbe incidere meno ed assicurare tutti i vantaggi di questa tecnica avanzata se non esistessero impianti protesici come la protesi ginocchio e anca di ultima generazione” ammette il dottor Michele Massaro ortopedico ginocchio/anca, specialista in Ortopedia e Traumatologia del Gruppo Humanitas di Bergamo.

Protesi ginocchio e anca: il segreto della tecnica racchiuso nei materiali innovativi

Dottor Michele Massaro, cos’hanno di speciale queste protesi?” chiediamo allo specialista ortopedico ginocchio anca.

Attualmente, le protesi ginocchio e anca hanno raggiunto un elevato livello di funzionalità ed eccellenza grazie all’utilizzo di materiali innovativi, ultramoderni, biocompatibili, molto resistenti e durevoli” risponde il dr. Massaro. Si tratta di materiali che devono risultare il più possibile simili agli elementi naturali senza, peraltro, causare crisi di rigetto.

La storia delle protesi è iniziata con l’impiego dell’avorio sostituito, poi, da materiale acrilico fino ad usare oro, bachelite, pyrex, ceramica fine. La ricerca del materiale ideale per ottenere migliori risultati in termini di funzionalità articolare e durabilità ha portato, in seguito, la chirurgia mini invasiva ad utilizzare cromo e cobalto. Oggi, è la volta del titanio, materiale ultramoderno che presenta notevoli virtù: alta resistenza, rigidità, bassa densità, leggerezza, buona resistenza alla corrosione. Non è tossico ed è generalmente biocompatibile con tessuti umani ed ossa.

I materiali impiegati per realizzare protesi anca e ginocchio durano, mediamente, 20-25 anni.

Ovviamente, un chirurgo specialista come il dr. Massaro Michele consiglia ai suoi pazienti il ricorso all’impianto protesico solo dopo aver valutato attentamente l’effettiva necessità dovuta alla gravità dell’artrosi ginocchio (gonartrosi) o anca (coxartrosi) che richiede l’intervento per consentire al paziente di recuperare una buona qualità della vita.

Quando è strettamente necessario ricorrere alla protesi ginocchio e anca

L’intervento per innestare la protesi articolare risulta inevitabile quando la terapia conservativa ed altri trattamenti specifici non funzionano più, quando l’artrosi diventa invalidante. Il danno articolare è irreversibile, il dolore insopportabile e la rigidità compromettono seriamente la mobilità della persona colpita dall’artrosi. La limitazione del movimento articolare è grave al punto tale da non consentire il normale svolgimento delle attività quotidiane rendendo il paziente non autosufficiente” spiega il dottor Massaro.

L’artrosi erode progressivamente la cartilagine dell’osso e la funzionalità articolare viene compromessa provocando una sintomatologia dolorosa che impedisce il movimento.

Se la chirurgia mini invasiva riesce a rispettare il corpo umano risparmiando muscoli, cartilagine e parti ossee (che vengono semplicemente divaricati, non sezionati) è merito sia dell’abile mano di chirurghi esperti come Michele Massaro sia di strumenti protesici che rendono possibile l’applicazione di questa tecnica chirurgica.

La protesi che andrà a sostituire osso e cartilagine danneggiati per ripristinare la funzionalità articolare è più piccola, quindi consente di ridurre l’incisione. Tutto si riduce: tempi d’intervento, di recupero e di riabilitazione (si dimezzano da 2 a 4 settimane), il trauma (dolore e gonfiore), la perdita di sangue durante e dopo l’intervento, i rischi post-operatori (lussazione, infezioni), gli attriti tra gli elementi impiantati.

Protesi ginocchio mini invasiva: come è fatta

Le protesi ginocchio più avanzate, utilizzate negli interventi di chirurgia mini invasiva da impiantare tra tibia e femore sostituendo osso e cartilagine compromessi dall’artrosi, sono composte generalmente da 4 elementi:

  • Una placca ricurva per la parte superiore;
  • Una placca piatta che riveste la parte superiore della tibia;
  • Un elemento interposto tra le due placche, che serve a separarle;
  • Una rotula artificiale.

Le prime due parti (le placche) sono realizzate in titanio oppure in una lega di cobalto/cromo mentre la rotula artificiale è costruita in polietilene.

Esistono diversi modelli di protesi ginocchio e anca: il chirurgo sceglierà quella più adatta al paziente da operare in base a parametri essenziali come età, peso corporeo, sesso, eventuali patologie, allergia ai materiali dell’impianto protesico.

Protesi ginocchio monocompartimentale: cos’è, vantaggi

La chirurgia mini invasiva che il dottor Michele Massaro ha scelto fin dall’inizio della sua attività di ortopedico ginocchio anca consente un’ulteriore chance, a differenza della terapia chirurgica classica: la protesi parziale o monocompartimentale ancora più selettiva. Consiste nel sostituire osso e cartilagine consumati di uno solo dei tre compartimenti che costituiscono il ginocchio (mediale, laterale o femoro-rotuleo) se soltanto uno di questi è danneggiato.

I vantaggi della protesi monocompartimentale aumentano rispetto alla protesi totale mini invasiva:

  • Ulteriore riduzione dell’incisione (8 cm circa);
  • Utilizzo di componenti più piccole;
  • Tempi di intervento e di recupero più rapidi;
  • Minor trauma post-operatorio (dolore, gonfiore);
  • Perdita ematica ridotta sia durante sia dopo l’intervento;
  • Legamento crociato anteriore e posteriore preservati, se sono sani.

Dopo il recupero e la riabilitazione, il movimento articolare del ginocchio risulterà ancora più naturale e fisiologico rispetto alla protesi totale.

Ringraziamo il dottor Massaro Michele ortopedico ginocchio anca per il suo contributo che ha reso possibile la stesura di questo articolo.

Defibrillatore semiautomatico esterno: ecco cos’è

Un defibrillatore semiautomatico esterno è un dispositivo salva-vita il cui compito è quello di identificare le variazioni del ritmo del battito del cuore, in modo tale che in caso di necessità possa erogare una scarica elettrica che va a colpire il muscolo cardiaco. In seguito allo shock elettrico, il battito cardiaco viene azzerato: dopodiché il suo ritmo viene ristabilito. Questo tipo di defibrillatore è un apparecchio intelligente, nel senso che è capace di agire praticamente da solo, quasi in totale autonomia. Tutto quel che bisogna fare è collegare gli elettrodi alla persona su cui il dispositivo deve essere usato: gli elettrocardiogrammi vengono eseguiti dal defibrillatore in modo automatico, così che lo stesso possa capire se il cuore ha bisogno oppure no di uno shock elettrico.

L’intelligenza del defibrillatore semiautomatico esterno sta nella capacità di capire se la persona è vittima o meno di un arresto cardiaco: nel caso in cui il ritmo sia defibrillabile, l’operatore viene avvisato che c’è bisogno di una scarica elettrica per il cuore. Così, chi utilizza il dispositivo deve solo schiacciare il pulsante apposito che eroga la scarica. Per imparare a gestire e a far funzionare questo defibrillatore vengono organizzati dei corsi ad hoc: si tratta dei cosiddetti corsi BLSD, che sono dedicati alla rianimazione cardiopolmonare.

Vale la pena di mettere in evidenza, in ogni caso, che il defibrillatore semiautomatico esterno è molto facile da utilizzare: è proprio per questo motivo che può essere adoperato da personale laico, ovviamente a condizione che sia formato in modo adeguato. Nel dispositivo è presente una guida vocale grazie a cui l’operatore può essere assistituto in tutte le fasi del soccorso. L’apparecchio, inoltre, si predispone all’erogazione della scarica elettrica unicamente nell’eventualità in cui ravvisi un arresto cardiaco nel paziente: insomma, non si corre il rischio che essa venga prodotta quando non ce n’è bisogno. Il paziente, dunque, non può essere defibrillato se non viene riscontrato un arresto cardiaco: nemmeno nel caso in cui il tasto dello shock dovesse essere premuto per errore.

Il DAE – acronimo con cui viene indicato il defibrillatore semiautomatico esterno – può anche fornire al soccorritore delle indicazioni visive, che sono presenti sia sul dispositivo che sugli elettrodi, in modo tale che egli possa essere guidato ancora più facilmente. Un defibrillatore da solo non è sufficiente per riuscire a salvare la vita di chi ha avuto un arresto cardiaco: è necessario, infatti, che lo stesso venga utilizzato nel minor tempo possibile. Le probabilità di sopravvivenza si riducono del 10% per ogni minuto che passa.

Anche questo è il motivo per il quale tutti i luoghi in cui viviamo dovrebbero essere cardio-protetti: sempre più spesso i DAE vengono installati, oltre che nelle scuole e nelle palestre, anche in luoghi pubblici, come centri storici o impianti sportivi. D’altro canto, ognuno di noi dovrebbe seguire un corso ad hoc per imparare a usare un defibrillatore semiautomatico esterno: un impegno di poche ore, che però si potrebbe rivelare indispensabile per salvare una vita in una situazione di emergenza in attesa dell’arrivo di operatori sanitari e soccorritori dotati di strumenti ad hoc.

Corsi BLSD: ecco perché sono sempre più importanti

corsi BLSD stanno diventando sempre più importanti, anche in virtù delle recenti normative che hanno imposto a tutte le associazioni sportive di dotare i propri impianti di defibrillatori per prevenire le morti sul campo dovute ad arresti cardiaci. Vale la pena di imparare a conoscerli più da vicino, partendo dal significato della sigla: BLSD è l’cronimo di Basic Life Support and Defibrillation, espressione che potremmo tradurre come supporto di base alle funzioni vitali e defibrillazione. Si tratta, in pratica, di una tecnica di primo soccorso che si fonda sulla rianimazione cardiaca e polmonare, ma che include anche altre manovre a sostegno delle funzioni vitali.

L’associazione Life Academy che aiuta chi sta cercando un corso BLSD a Udine ci riporta qualche dato significativo a riguardo. Per capire il valore dei corsi BLSD è sufficiente sapere che nel nostro Paese ogni anno sono più di 60mila le persone che sono vittime di arresto cardiaco: più di 160 al giorno. Il problema è che senza un intervento istantaneo le probabilità di sopravvivenza sono molto prossime allo zero. Per questo motivo c’è bisogno delle manovre BLS, che consentono di moltiplicare le possibilità di sopravvivenza. Solo negli ultimi anni si è diffuso il principio secondo il quale la cultura del primo soccorso non deve essere appannaggio esclusivo degli operatori sanitari e dei professionisti del settore, ma deve essere diffusa a tutta la comunità. A volte poche manovre di rianimazione, di semplice attuazione, possono essere sufficienti per evitare la morte di una persona.

Chi prende parte ai corsi BLSD ha l’opportunità di imparare le tecniche di base a supporto delle funzioni vitali e può scoprire in che modo si deve far fronte a una situazione di emergenza in attesa che giungano gli operatori del 118: è importante, in particolare, conoscere e saper usare il DAE, vale a dire il defibrillatore semiautomatico esterno, in modo da garantire un’assistenza adeguata non solo a chi è colpito da un arresto cardiaco o da un arresto respiratorio, ma anche a coloro che subiscono un soffocamento dovuto a un corpo estraneo. I corsi BLSD non includono unicamente la rianimazione polmonare e cardiaca ma comprendono anche le manovre di disostruzione.

Per tutte le attività sportive non agonistiche, il defibrillatore è diventato obbligatorio dal 1° luglio dello scorso anno, sulla base del decreto del 26 giugno del 2017 del Ministero della Salute e del Ministero dello Sport. L’obbligo di dotarsi del Dae riguarda tutte le associazioni e tutte le società sportive dilettantistiche (oltre, ovviamente, a quelle professionistiche) che praticano una disciplina sportiva riconosciuta dal Coni (in tutto sono poco meno di 400 discipline).

Tutti gli impianti sportivi devono essere muniti di un defibrillatore di questo tipo, e in occasione delle competizioni che vedono coinvolte le associazioni è richiesta la presenza di un soggetto adeguatamente formato per l’impiego del dispositivo. Per altro, la legge vincola al ricorso a certificazioni mediche per tutti coloro che svolgono attività sportive amatoriali o non agonistiche, al fine di ridurre l’impatto della cosiddetta morte cardiaca improvvisa: essa è rappresentata da un decesso improvviso dovuto a cause naturali e non anticipato da sintomi premonitori, che interessa una persona la cui salute non fa immaginare un rischio simile.