Attualità e politica

Il divorzio breve è legge, ma le critiche sono fondate?

Il divorzio breve

Il 22 aprile 2015 la Camera ha approvato a grandissima maggioranza la nuova legge sul divorzio breve, che diventa a tutti gli effetti una legge dello stato italiano: il Bel Paese si adegua così alla maggioranza degli altri paesi europei nel rendere più facile mettere fine al rapporto coniugale, abbassando il tempo necessario tra la sentenza di separazione e il divorzio: si passa così dai 3 anni previsti dalla legge precedente a 6 mesi nel caso di separazione consensuale e a 12 mesi nel caso di separazione giudiziale, indipendentemente dalla presenza di figli minorenni. Non mancano le polemiche, specialmente dal mondo cattolico: la critica che viene mossa è quella di prestare più attenzione al divorzio piuttosto che al matrimonio stesso, invece di agire con politiche sociali che possano incentivare i giovani a sposarsi.

Le critiche sono fondate?

Sebbene fosse stato proposto più volte a partire dalla fine del diciannovesimo secolo, in Italia la prima legislazione sul divorzio arriva nel 1970, con la legge Fortuna-Baslini: da allora, nonostante il referendum proposto dagli antidivorzisti quattro anni dopo, il numero di separazioni e divorzi ha subito un costante aumento fino ad arrivare, nel 2012, a 310 sentenze di separazione ogni 1000 matrimoni. Contemporaneamente il numero di matrimoni diminuisce, passando dai circa 310.000 matrimoni celebrati nel 1995 ai 210.000 del 2012, di cui più del 40% vengono celebrati esclusivamente con rito civile.

Gli italiani, dunque, si sposano meno e si separano di più: contemporaneamente crescono le convivenze more uxorio e sale l’età del primo matrimonio, che oggi si assesta a circa 31 anni per le donne e 34 per gli uomini. Appare dunque evidente come l’istituzione stessa del matrimonio abbia subito un enorme cambiamento negli ultimi decenni, perdendo quel carattere di eternità e sacralità che dovrebbe caratterizzarla. Ma è davvero giusto dare alla mancanza di politiche sociali per la famiglia la colpa per la diminuzione dei matrimoni?

Stando alle statistiche pubblicate dall’ONU, l’Italia è al 22esimo posto nel mondo per numero di matrimoni, con 5.4 matrimoni ogni 1000 abitanti celebrati nel 2001. Sopra di noi troviamo nazioni come la Germania, la Danimarca, il Belgio, la Svizzera e il Regno Unito, ma anche gli USA e la Russia, rispettivamente al primo e al secondo posto. La presenza o l’assenza di politiche sociali di sostegno alla famiglia non sembra dunque essere decisiva nel giustificare il numero di matrimoni.

Come incentivare i giovani a sposarsi?

Ci sono vari motivi per cui i giovani oggi rimandano sempre più a lungo le nozze, preferendo convivere. Uno di questi è sicuramente il fattore economico: sebbene sposarsi comporti una serie di diritti e benefici fiscali che in Italia non sono acquisibili dalle coppie di fatto, nella nostra cultura il matrimonio è ancora associato a una lunga e maestosa celebrazione che sempre più famiglie fanno fatica a permettersi: la spesa media per un matrimonio è infatti di 27.000 euro, con punte di 40.000 euro al Sud e una più ragionevole media di 20.000 euro nel Nord Italia.

Insieme al matrimonio, molte tappe che un tempo erano scontate oggi sono rimandate o addirittura messe totalmente in discussione, come l’acquisto della prima casa oppure la scelta di fare un figlio: la precarietà del lavoro infatti rende difficile accedere a mutui e prestiti bancari, rendendo quasi impossibile la compravendita di un immobile, e anche la maternità viene rimandata principalmente per lo stesso motivo.

La separazione è davvero un male?

Prima della legge Fortuna-Baslini, le coppie per cui il matrimonio era diventato insopportabile non avevano alcun modo di sciogliere legalmente la loro unione; gli unici a poterlo fare erano coloro che avevano il denaro e le conoscenze necessarie per ottenere un annullamento dal Tribunale della Sacra Rota, ma si trattava di un numero piccolissimo rispetto al totale.

Ciò significa che i coniugi, specialmente le donne, si trovavano spesso a sopportare in silenzio una convivenza che per loro era divenuta insostenibile, sapendo che se avessero lasciato il tetto coniugale avrebbero dovuto fare i conti non solo con la disapprovazione della società, ma anche con la totale mancanza di tutela legale per sé e gli eventuali figli avuti da relazioni successive.

Secondo la religione cattolica, il matrimonio è un legame eterno che può essere dissolto solo in pochi e ben regolamentati casi: il declino dei matrimoni religiosi mostra che questa visione non è più condivisa da un’importante percentuale di italiani. Nel bene e nel male, la società di oggi è una società individualista, nella quale ognuno ricerca la propria soddisfazione e la propria felicità: oggi sappiamo di non essere obbligati a rimanere legati per sempre a una persona che non ci rende felici, e sempre più spesso ci avvaliamo della possibilità di separarci legalmente.

La storia del divorzio in Italia è ancora troppo breve per poter esprimere risultati certi sull’influenza nella società di separazioni e divorzi: quello che però possiamo dire con certezza è che il divorzio costituisce una possibilità, una scelta che come società civile non possiamo negare o rendere eccessivamente difficile da ottenere. Non si tratta di creare una società di matrimoni usa e getta, o di minimizzare il valore del vincolo coniugale, bensì il contrario: configurandolo come una libera scelta dei coniugi e non più come un obbligo a cui è impossibile sottrarsi, restituiamo al matrimonio la dignità e la possibilità di essere l’oasi di pace e serenità che tutti si augurano dovrebbe essere.

Tema di Anders Norén