Attualità e politica

Perchè la cultura generale è tanto importante?

Spesso sentiamo i giovani liceali domandarsi perché si deve studiare una lingua morta come il latino o cimentarsi in complicati calcoli matematici. Le materie di studio percepite dai ragazzi come più noiose, perché implicano ragionamenti logici e applicazioni di regole che lasciano poco spazio alla fantasia, sono i bersagli preferiti di frasi quali “a cosa mi servirà mai nella vita?”, ma anche le altre branche della conoscenza vengono spesso criticate. Talvolta, anche gli adulti non si esimono da ragionamenti del genere e non sempre una persona che comprende il valore della cultura riesce a trovare una risposta ad argomentazioni quali “non ha nulla a che fare con la vita di tutti i giorni, in fondo non serve a niente”. La reazione dell’uomo che apprezza la cultura dinanzi a frasi del genere è, solitamente, uno sconcertato sdegno che non riesce, ovviamente, a convincere l’interlocutore.

Siamo abituati a pensare alla cultura come qualcosa di “alto”: chi ne comprende il valore si sente parte di un mondo di eletti che hanno a disposizione strumenti di comprensione e analisi ai quali altri non possono accedere, per una loro predisposizione naturale che spesso viene individuata nella stupidità. Chi non riesce a penetrare quel mondo finisce per gettare la spugna, convincendosi davvero di essere stupido. In alternativa, non comprendendo a cosa possano servire questi “attrezzi”, più semplicemente li considera inutili e li getta via.

In Italia più che in altri paesi, ognuno di noi percorre, con cadenza forse giornaliera, strade che migliaia di anni fa hanno percorso i nostri avi. Roma, come tante altre città italiane, è un luogo in cui a ogni angolo ci si può imbattere in mura, chiese, palazzi che risalgono a secoli or sono. Eppure, pochi di noi si sentono “al cospetto della storia” nell’andare a lavoro passando dinanzi a un palazzo signorile. Una sensazione che, invece, abbiamo ben presente quando ci troviamo dinanzi al Colosseo o alla tomba di Oscar Wilde nel cimitero di Père-Lachaise a Parigi. Questo perché noi conosciamo il Colosseo e conosciamo Oscar Wilde, sappiamo da chi è stato creato il primo e cosa ha fatto il secondo: sono per noi degli oggetti culturali.

Probabilmente, se conoscessimo la storia del palazzo signorile accanto al quale passiamo ogni giorno per andare a lavoro, anch’esso diventerebbe per noi un oggetto culturale. Nessuna cosa, astratta o concreta, ha per noi un valore in se stesso. Un rudere resterebbe un rudere, un palazzo resterebbe un palazzo; il loro valore si ridurrebbe a quello monetario del mero potenziale di utilizzo quotidiano, il loro significato sarebbe unicamente legato a noi come individui e potrebbe variare moltissimo da persona a persona. Ognuno di noi dà significato alle cose che ha attorno, ma la cultura è ciò che genera un significato che può essere uguale per tutti: il Colosseo, il palazzo signorile… ma anche l’idea di uguaglianza o la metafisica kantiana. E questi significati sono culturali non perché siano appannaggio di una élite di fortunati ma, al contrario, perché sono dei significati condivisi. La cultura non è qualcosa di “alto”, non è qualcosa che divide il colto dall’incolto: è qualcosa che unisce chi è a conoscenza di quei significati.

È sui significati condivisi che si basa ogni società: nel momento in cui più individui cominciano a vivere a contatto, il loro continuo scambiarsi informazioni genera un adattamento reciproco di ogni persona alle altre. Capita spesso di vedere gruppi di amici che si capiscono al volo con una semplice parola o con un ammiccamento che a noi non dice nulla di particolare: noi non facciamo parte di quel gruppo, non conosciamo il significato condiviso che quegli uomini hanno dato a quella parola o a quel gesto, ma ci rendiamo conto che hanno sviluppato un codice comunicativo derivante dalle esperienze comuni, dalle volte in cui hanno riso insieme, in cui hanno vissuto insieme. Essere a conoscenza di un significato comune ad altre persone vuol dire essere in contatto con loro, capirsi con un’occhiata, creare una comunità di pensiero e azione che non può esistere con persone che non conosciamo altrettanto bene.

Forse le domande che ci pongono i giovani o le persone poco colte, quando ci chiedono a cosa serva la cultura, non sono così stupide. Siamo noi a non saper dare loro la giusta risposta. La cultura serve  alla produzione di quei significati collettivi che permettono a una società di definirsi tale e di non sgretolarsi come un esercito di mercenari non appena la battaglia si fa troppo dura. Non è il soldo a tenerci insieme, non è il bisogno egoistico di avere compagnia né la divisione del lavoro. Vivere insieme significa, immancabilmente, costruire un progetto comune e l’unico modo per fare ciò è condividere il significato che diamo alle cose. Non essere partecipe dei significati condivisi vuol dire restare escluso, vivere nell’incomprensione e non avere la possibilità di far sentire la propria voce, contribuendo alla continua produzione di nuovi significati. Ecco perché è importante conoscere anche ciò che non incide direttamente nell’economia della nostra vita.

Quando Massimo D’Azeglio scrisse la famosa frase “Abbiamo fatto l’Italia, ora dobbiamo fare gli italiani”, si riferiva proprio ai significati collettivi, per quanto probabilmente non gli sarebbe mai venuto in mente di chiamarli in questo modo. Gli italiani, che non possedevano storia comune, hanno continuato a non produrne chissà quanta: basti pensare alle politiche usate per il nord Italia che sono state, fino ad anni molto recenti, ben diverse da quelle usate per il sud. Parlare la “lingua” della democrazia al nord e quella della mafia al sud vuol dire ostacolare una produzione di significati comuni che, se fosse stata incentivata, ci avrebbe permesso oggi di vantare un’unità nazionale simile a quella francese. E questo discorso può essere fatto per qualsiasi scontro culturale, dalla scaramuccia sul pullman con qualcuno a cui non è stato insegnato a tenere la voce bassa quando si parla al cellulare in luoghi pubblici al chiuso, ai grandi scontri di civiltà fra cristiani e islamici.

In quest’ottica, l’importanza della scuola pubblica, di programmi ministeriali omogenei e vasti, di docenti competenti nell’insegnare ai loro alunni i significati collettivi delle cose e non la sterile nozione o, peggio ancora, i significati personali che loro stessi danno alle cose, divengono nodi cruciali per il superamento di problemi che ci attanagliano da tempo. E che potevano essere ignorati in un mondo in cui i confini dello stato-nazione restavano rigidi e valicati in maniera controllatissima, per commercio, turismo o rapporti diplomatici, ma che si impongono con crescente prepotenza ai nostri occhi man mano che l’economia diviene globale, che i confini diventano facilmente valicabili grazie ai mezzi di trasporto odierni, che la politica diviene sovranazionale, che ogni singolo essere umano ha la possibilità di entrare in contatto, con un click, con persone che vivono dall’altra parte del mondo.

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Tema di Anders Norén